Sonni e letarghi, risvegli e dinamismi

Autore: Luca Belotti

IL PIANETA E I SUOI TEMPI

Correvo tra i boschi delle mie montagne lungo sentieri ai più sconosciuti e con lo sguardo di un bimbo curioso, andavo alla ricerca di misteri dei paesaggi alpestri che il mio bosco svelava poco a poco.

La genziana appena sbocciata timidamente mostrava la corolla ai primi raggi del sole e il bucaneve si accingeva a segnalare il lento inesorabile ritorno alla veglia. 

Mister Tasso ancor barcollante per il lungo sonno vagava nel sottobosco alla ricerca di cibo e … d’ improvviso ….lo scrosciante gorgoglio del menestrello del bosco sulle cui rive mi fermavo ad osservare la forza impetuosa, i mulinelli e le sfumature dell’acqua. Gli elementi forgianti il paesaggio , acqua aria terra, ne hanno intimamente modellato le forme: colline, valli, pendii , anfratti e radure, aperture e chiusure, vette e poi … i cieli.

Un turbinio di Luci e colori, suoni e odori. Le sensazioni e i percepiti amplificati dalla potenza travolgente dei Paesaggi, di ciò che è manifesto e di ciò che viene avvertito ma non pienamente compreso.

In una radura isolata si ergeva in tutta la sua maestosità “la Matrona di Flagey”  la custode del bosco. 

Le sue molteplici braccia, simmetriche e nodose, sembravano sorreggere il cielo come in un quadro surrealista. 

Correvo sino ai suoi piedi, mi arrampicavo respirando la sua linfa, salivo ogni giorno sempre più in alto e trascorrevo ore ed ore accovacciato sui suoi rami per scorgere torri, animali e strane creature , invisibili al genere umano, che immaginavo popolassero il bosco.

Il mio bosco e la Matrona mi parlavano, mi sussurravano storie di passati lontani, storie d’amore e di guerra, di stagioni oscure, di ladruncoli che io immaginavo appartenere all’allegra brigata, di cavalieri alla ricerca di tesori e di antichi saperi druidici.

Socchiudevo gli occhi e sentivo l’aria frizzantina primaverile che mi sfiorava le guance, mentre il sole calante volgeva gli ultimi suoi raggi curvilinei oltre il colle, il campanile, la chiesa del piccolo villaggio….

“Era quella l’ora del ritorno, 

Terra, come ogni giorno, mi parlava, 

dava segnali al giovin perdigiorno 

mentre la sua corsa il ruscello rallentava…., 

Il mio mondo era fatto di piccole cose, armoniose, delineate dall’incanto e dall’eccellenza della natura e dei suoi cambiamenti stagionali, dei sonni e dei letarghi, dei risvegli e dei dinamismi.

Il paesaggio transmutava con una sua leggera inerzia rispetto alle luci che si facevano via via più soffuse e il tempo, strana dimensione, scorreva,  fluido, ora lentamente, ora accelerando il suo moto……..

dalla primavera all’estate…..,

dall’autunno alle prime giornate fredde d’ inverno……..

Tivanell l’irrequieto cambiava di frequente direzione, creava  piccoli vortici, diavoletti scherzosi, forse chissà …..mi domandavo…, piccoli folletti, Berbech e i suoi amici, vi si nascondevano per non essere catturati e dover quindi  rivelare il nascondiglio del loro tesoro…

Inseguivo questi strani turbini ariosi lungo la mulattiera, una vecchia straduncola contorta che si arrampicava sino ad un borgo abbandonato, Pietre di Predale, sosta per i pellegrini e viandanti medievali che percorrevano l’antica Via Mercatorum. Ne percepivo le musiche, le parole in lingue a me sconosciute, gli usi e i costumi.

Il piccolo centro abitato era circondato da Alte Vette rocciose, il cui inconfondibile profilo arzigogolato guidava i mercanti tra le valli orobiche. Girovagando lungo i sentieri che dalla mulattiera dipartivano per le valli sospese di alta quota raccoglievo campioni rocciosi, gneiss occhiadini, filladi, micastisti a granato e staurolite, la croce , e nelle miniere ormai dimenticate, andavo alla ricerca del metallo più prezioso.

I tramonti affrescavano le vette, i giochi di luci e ombre sembravano riaprire varchi verso un mondo fantastico e insondabile, le pietre dei casolari si tinteggiavano di una nostalgia antica.

Presente e passato, dimensioni avvolte, versi sciolti del tempo…..

“Era quella l’ora del ritorno, 

Terra, come ogni giorno, mi parlava, 

dava segnali al giovin perdigiorno 

mentre la sua corsa il ruscello rallentava…., 

I pomeriggi li trascorrevo così, seduto ai piedi o sulle braccia della Matrona di Flagey, correndo sui pendii acclivi dove lo smeraldo ammantava i greppi e dove trovavano dimora due vecchi Olmi ricurvi, Silandro e Ottone, che sembravano reggere con membra ormai rattrappite  la stanchezza del mondo.

Mi soffermavo di tanto in tanto, lo sguardo rapito da coleotteri, aracnidi, lepidotteri e piccoli mammiferi che popolavano le malghe alpestri vicino allo specchio d’acqua, un piccolo lago di circo, a cui avevo dato il nome di Blizzard. Sorpresa….quando scorgevo Rosalia alpina e Mustela erminea, Campanula cochlearifolia ed Equisetum arvense nella aree umide lacustri.

Ricercavo le ragioni nascoste delle posizioni spiralate e “fibonacee” dei verticilli sugli steli, delle mute del pelo degli animali montani come Nives, la lepre alpina che si divertiva a spiare ogni mio movimento. 

Tutto era governato dalle leggi naturali

I paesaggi prendevano vita, carattere, esprimevano sentimenti e sensazioni, mi istruivano ed educavano

Mi avvolgevano e mi includevano nelle loro mutevolezze, accompagnavano le mie peregrinazioni fisiche e virtuali.

Gran tumulto e vivacità all’avvicinarsi della calda stagione, tutto si risvegliava e plasmava di sè il mondo. Mi accampavo vicino al grande Guglielmo, un masso erratico che da millenni era il guardiano della valle, memore di stagioni passate in cui il ghiaccio e il silenzio governavano il pianeta, e, con sorpresa e curiosità, studiavo i precoci e strani riti nuziali degli Cervi, prove anticipate di ciò che sarebbe accaduto nei mesi successivi.

I maschi, in tarda estate-autunno, si fronteggiavano camminando in direzioni opposte e accompagnati da strani bramiti, cori di tenori, inscenavano giostre antiche, scontri gentilizi, cercando inutilmente di attirare le femmine del branco, inconsapevoli, che nel mondo naturale, la scelta spetta sempre a queste ultime.

La natura ha i suoi tempi e i suoi riti.

“Era quella l’ora del ritorno, 

Terra, come ogni giorno, mi parlava, 

dava segnali al giovin perdigiorno 

mentre la sua corsa il ruscello rallentava…., “

Accovacciato sulla chioma dorata della gran Signora, passavo ore e ore ad osservare le nubi dalle forme inconsuete, bianche come il latte e rosse, accese al tramonto, come sangue. 

La forma e la luminanza cambiavano di minuto in minuto così come la loro consistenza, diafane e impalpabili alcune, paffute e spumose altre…

Le luci si facevano via via più fievoli, i clamori lasciavano il posto ai silenzi .

Il paesaggio continuava la sua lenta ma inesorabile trasmutazione.

Il bosco di bassa quota si incendiava, un trionfo di gialli, ocra, vermigli, cremisi e porpora mentre più in alto i sempreverdi reggevano al cambiamento. Mister Tasso affaccendato cercava insieme alla compagna di racimolare più scorte invernali, Nives con la sua cucciolata allestiva una sontuosa e calda tana per l’inverno, incurante delle mie pomeridiane incursioni. 

Nel frattempo Alcedo, il pellegrino si stava organizzando per il lungo viaggio verso i lidi più caldi, sicuro di poter far ritorno l’anno venturo.

La natura si stava preparando velocemente al freddo inverno elargendo i suoi ultimi doni.

L’upupa con cui mi divertivo a  conversare simulandone il canto mi richiamava ai miei doveri di allegro vagabondo.

“Era quella l’ora del ritorno, 

Terra, come ogni giorno, mi parlava, 

dava segnali al giovin perdigiorno 

mentre la sua corsa il ruscello rallentava…., “

Le giornate invernali, forse per la cagionevole durata dei dì, passavano più velocemente…

Quale incanto ai primi fiocchi di neve che scendevano ondeggiando, rincorrendosi e allontanandosi, sino a depositarsi sul terreno.

Li scrutavo attentamente, mutevoli in forme e dimensioni, diversi e perfetti, piccole gemme ghiacciate, così rare e preziose eppur così evanescenti.

Ne ritraevo l’aspetto, le dimensioni, le crescite simmetriche, le ramificazioni frattaliche e come il giovane Ukichiro ne ricercavo le leggi matematiche nascoste.

Osservavo come riuscissero a ricoprire delicatamente la mia Vecchia Amica addormentata, come l’intero Paesaggio, quell’angolo di Pianeta, avesse completato la sua trasmutazione.

Bianco, 

candido,  

argenteo,

marmoreo,

silenzioso…..

La neve non ha dubbi …….

Con strane calzature invernali percorrevo i sentieri  montani alla ricerca dei vecchi amici, degli scorci , dei panorami e dei paesaggi a me famigliari, di Guglielmo e la Matrona, di Mister Tasso e Messer ruscello … tutti dormivano della grossa sotto il manto nevoso. 

Solo  Nives,  di tanto intanto , incurante del freddo si apriva un varco nella neve e usciva dalla sua tana.

Andavo di giorno in giorno vicino al vecchio Silandro e come ogni anno …. all’improvviso ……notavo la genziana appena sbocciata e il bucaneve che si accingeva a segnalare il lento inesorabile ritorno alla veglia. 

Sonni e letarghi, risvegli e dinamismi

Dedicato alle incredibili  bellezze del nostro Pianeta e alle straordinarie leggi della Natura che lo governano.

Luca Belotti, mapper e sognatore


    Autore
    Luca Belotti
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