Un Mab in Paradiso

Autore: Luca Belotti

L’ascesa e il sublime

Partiti verso mezzodì i nostri giovani viandanti effettuano la salita al Nivolet percorrendo il fiume antropico,  la strada tortuosa, il serpente Uroboro che avvolto più volte su sé stesso trascende alle alte Vette, modificando la sua antica struttura, mostrandoci l’eterno ritorno alla Montagna, luogo ascetico per eccellenza.

Da Ceresole affiancando nel primo tratto, ora sulla riva destra, ora su quella sinistra il fiume Orco, la strada raggiunge quote di tutto rispetto da 1615 m s.l.m. si toccano i 2615 m s.l.m.

La valle si manifesta poco a poco, gli scenari cambiano, si stagliano vette e muraglie rocciose.

Il paesaggio muta, si concede al viandante, si mostra nella sua integrità, durezza e fragilità.

Sulla destra orografica della valle principale si aprono in successione tre valli secondarie, ciascuna caratterizzata da precise connotazioni geomorfologiche, l’azione glaciale nei millenni passati le ha plasmate, incise, scolpite, lasciando graffi, asportando interi blocchi montuosi, depositando lungo il suo cammino detriti e massi erratici.

L’esarazione glaciale ha alterato la forma primogenita di queste montagne lasciando impronte indelebili, mutevoli a causa dei cambiamenti climatici, variegate e straordinarie.

I ghiacciai quali animali mastodontici, lenti e apparentemente quieti, si sono accovacciati come gatti sopra un cuscino deformandolo poco a poco, si sono mossi scendendo verso valle con movimenti lenti, quasi aggraziati, che di tanto in tanto si facevano veloci, balzi felini, per la diversa inclinazione dei pendii sottostanti. Si sono riuniti come membri di un antico clan, quando dalle alte quote, confluivano nelle vallate sottostanti, generando valli sospese che sorprendono il viandante avventuroso nella sua ascesa alla Vetta.

La prima valle che incontriamo è circondata dal tenero abbraccio di Giana, la più grande delle tre sorelle Levanne che ci osserva con occhio benevolo e ci ricorda come la vita nasconda magia nelle cose più umili, nelle piccolezze.

Cela pregevoli scorci e sorprese come i due Hippocampus rafinesque cerulei che la adornano quali cammei impalpabili sul suo versante sinistro. Due laghetti, due ippocampi, adagiati sul suo petto. Ci domandiamo come siano capitati in questo luogo. Probabilmente l’antica magia druidica che ha trasmutato le tre sorelle ha voluto impreziosirne l’aspetto donando a ciascuna di loro un gioiello.  

In prossimità delle alte vette della valle si incontrano antichi ghiacciai, resti oramai morenti, figli del più grande padre che ha accudito Giana Nives e Alba e le ha riscaldate sotto il suo manto glaciale.

Gli antichi ghiacciai presenti giacciono nascosti sotto una coltre di pietre, Rock glacier, e si stanno inesorabilmente sciogliendo. Ai piedi della parete nord della Levanna Centrale si conservano i resti del ghiacciaio di Nel che negli ultimi anni è arretrato di quasi quattrocento m rannicchiandosi al cospetto di Giana.

La morfologia periglaciale è ben testimoniata dalle morene laterali e frontali presenti, che raccontano dell’avanzata e del ritiro a più riprese, declino saltellante, delle antiche lingue glaciali.

Le morene, serpenti di roccia, trine tessute dal tempo, ci narrano del flusso di cambiamenti che modificano i paesaggi montani.

La seconda vallata si apre con una splendida insenatura verdeggiante, semicilindrica, dai tipici pendii curvilinei attraversata longitudinalmente da un ruscello gorgogliante.

Lungo il viottolo ghiaioso si possono incrociare stambecchi che osservano incuriositi i moderni vagabondi.

Il gruppo sociale  della Capra Ibex segue regole ben precise : Il branco formato da maschi di grandi dimensioni, caratterizzati da lunghe corna arcuate e nodose, si muove velocemente da un pendio all’altro, mentre il branco di femmine con i piccoli scende a brucare germogli di gineprio e tenera erbetta del fondovalle.

Si possono notare anche gruppi chiamati nursieres costituiti da 15-20 piccoli controllati da 2-3 femmine.

Una sorta di IbexGarden antenati dei nostri più comuni KinderGarten

La natura ha anticipato i tempi.

Sui pendii ghiaiosi si possono osservare in lontananza nuvole rosa ondeggianti costituite da Epilobium angustifolium chiamato anche “Fiore di sant’Anna”.

Come molte specie floreali montane è una pianta officinale.

La sua infiorescenza fiorita di forma piramidale lascerà presto il posto a capsule ripiene di semi piumati. Grazie alla dispersione anemogama, i portatori di vita fluttuanti saranno trasportati facilmente anche a kilometri di distanza.

La natura, vecchia saggia, definisce straordinarie strategie evolutive.

Superata una verticalità rocciosa il Parco ci sorprende.

Si aprono a raggera, quasi fosse una stella rocciosa, valli laterali sospese … che spettacolo … lo sguardo si amplifica, la luce e i colori si fanno intensi. Siamo rapiti dalla maestosità della catena alpina, dalla varietà di pendenze rocciose, da gioco di luci e ombre.

Sul versante meridionale protetto da pareti sub verticali della punta dell’Uja, Col del Carro e la Cima del Carro, che fungono anche da confine naturale e politico ma non culturale con lo stato francese, ritroviamo il ghiaccio del Carro suddiviso in 3 piccoli corpi oramai poco connessi.

I giovani mappers osservano la maestosità delle vette e la caducità della vita glaciale.

Il surriscaldamento globale purtroppo sta alterando la Montagna e i suoi ecosistemi unici.

La natura resiliente cambia, muta e cerca di sopravvivere all’insistenza dell’uomo.

Ritorniamo alla nostra ascesa, Uroboro si inerpica su per il pendio destreggiandosi in serpentine meandriformi e davanti ai nostri occhi una muraglia di roccia, solenne, su cui ci aggrappiamo, scaliamo come vecchi alpinisti. Uroboro costeggia le antiche vie o sentieri di caccia e la strada militare percorsa nei secoli dai soldati Savoiardi.

Scorgiamo da lontano un vecchio, con la tipica divisa di color verde e risvolti gialli, il cappello piumato e uno strano zaino moderno per l’epoca a cui sembrano risalire i suoi indumenti.

Umberto, così si chiama, ci invita a proseguire l’ascesa lasciandoci con un monito :” Ascoltate la voce della Montagna.. i suoi lamenti .. le sue nostalgie”.

Il vecchio soldato savoiardo ci saluta con un cenno del capo e scopare in una nuvola diafana …

La Natura e le sue magie

Il viaggio nella storia ci conduce al lago Serù, un lago di sbarramento artificiale circondato dalle alte vette della Cima della Vacca e del Col della Losa. Il piccolo specchio lacustre piange della siccità di questi giorni, alzando lo sguardo si riconoscono fantasmi ghiacciati di quelli che furono ghiacciai importanti come il ghiaccio della Capra e il ghiacciaio della Losa che prendono rispettivamente i nomi delle cime montuose sopra citate.

Una Marmotta assai vanitosa, Fanny per gli amici, ci accoglie saltellando e pavoneggiandosi al nostro passaggio . Ci indica la via al Nivolet, una sorta di altopiano, una valle Sospesa che collega ad alta quota Piemonte e Val d’Aosta.

La valle cambia in forme e colori. Il cielo blu intenso si specchia nei due laghi del Nivolet. Il Versante destro della Valle mostra tipiche forme erosive glaciali su rocce di natura metamorfica come gneiss occhiadini ricchi di bianchi cristalli di quarzo e minerali come biotite, mica bianca e albite. L’azione metamorfica li ha allineati secondo linee parallele in cui i giovani mappers notano occhi biancastri di varie dimensioni costituiti da feldspato potassico.   Si stagliano sopra i due laghi, i vecchi pellegrini, una strana cima frastagliata i cui si possono scorgere le sagome degli antichi viandanti che hanno osato valicare le cime in tempi in cui era stato loro vietato dalla fata della Montagna e per questo trasformati dalla creatura soprannaturale in rocce.  

Sul versante sinistro iniziamo a notare la presenza di litotipi più variegati come calcescisti, micascisti anfiboliti e prasiniti e, nelle alte montagne circostanti, sequenze ofiolitiche di color grigio verdastro testimoni di antichi oceani che nelle ere geologiche separavano l’Italia dall’Europa.

I nostri giovani mappers incuriositi dalla impagabile vista decidono di affrontare una nuova ascensione e si dirigono al lago Rosset. Un oceano di emozioni ad alta quota!

Qui, rapiti dalla bellezza incommensurabile del lago e dei pascoli alpini di alta quota, avvertono uno strano malessere, un disturbo psicosomatico che trae la sua origine dalla magnificenza dello scenario paesaggistico.  Una strana sindrome di Stendhal… il silenzio cala, gli sguardi si fanno vividi e luminosi, i visi si dipingono di sorrisi grati per tale amenità.

Ripresi da questo sconquasso emotivo i mappers giovani e adulti scendono verso il lago, sulle rive si accovacciano e come il viandante sul mare di nebbia cercano di cogliere il sublime.

Amplificano le percezioni e le sensazioni, connettono cuori e menti.Il Mab caro lettore è tutto questo e altro ……


    Autore
    Luca Belotti
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